Il glioblastoma, il tumore maligno del cervello più comune e più letale negli adulti, è meno caotico di quanto si pensasse. Lo mostrano due studi pubblicati il 4 novembre su Nature da un gruppo guidato da Omer Bayraktar del Wellcome Sanger Institute, con il Laboratorio europeo di biologia molecolare (EMBL), il Centro tedesco di ricerca sul cancro (DKFZ) e il Cancer Research UK Cambridge Institute.
Una mappa di oltre un milione di cellule
Ogni anno il glioblastoma causa la morte di più di 100.000 persone nel mondo, secondo l’EMBL. Una delle ragioni per cui è così difficile da curare è la plasticità delle sue cellule, che passano da uno stato all’altro e così sfuggono ai trattamenti. Finora si riteneva che questi cambiamenti fossero essenzialmente casuali.
I ricercatori hanno analizzato DNA, marcatori epigenetici e RNA dei tumori di 12 pazienti, costruendo un atlante di oltre un milione di cellule chiamato GBM-Space, liberamente consultabile. È emerso che le cellule seguono percorsi stereotipati e prevedibili: le prime somigliano a cellule staminali del cervello e si raccolgono ai margini del tumore; poi passano a stati simili a quelli della risposta a una ferita; infine, nel nucleo povero di ossigeno, assumono stati di sopravvivenza molto resistenti alle terapie. Ogni stadio occupa una zona precisa del tumore. «Questo schema era presente in ogni singolo glioblastoma di ogni paziente che abbiamo studiato», ha detto Bayraktar.
I «freni» della plasticità
Il gruppo ha poi usato scDORI, un metodo di apprendimento profondo sviluppato dal team di Oliver Stegle, per individuare i regolatori genetici che spingono le cellule verso ciascuno stato. Il team ha trovato dei regolatori di «salvaguardia» che tengono le cellule in stati poco plastici. Aumentando l’attività di uno di essi, MYT1L, le cellule tumorali derivate dai pazienti sono diventate meno plastiche e meno maligne, e nei topi i tumori modificati hanno portato a una sopravvivenza migliore rispetto ai controlli. I risultati sono stati confermati anche in organoidi.
Si tratta di ricerca di base: secondo gli stessi ricercatori le applicazioni cliniche sono ancora lontane, ma il lavoro indica nuovi possibili bersagli per farmaci futuri, comprese le cellule ai margini del tumore che spesso sfuggono alla chirurgia.
Fonti: EMBL, Cancer Research UK, ANSA





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